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And One! #2: Storie da Playground

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Un mese e mezzo fa, poco più, ho avuto l'onore di intervistare il miglior dunker che il nostro buon vecchio continente, nello specifico i cugini d'oltralpe, abbia mai prodotto. Quando ho chiesto a Kadour Ziani su chi avrebbe voluto inchiodare una schiacciata, tra le personalità legate alla basket & streetball culture, la sua risposta è stata diretta, immediata, quasi scontata. The Goat, Earl Manigault.

Quando nei primi anni novanta niente poco di meno che Kareem Abdul-Jabbar (non l'ultimo arrivato) rispose con le stesse quattro parole ad una domanda LIEVEMENTE differente (chi fosse stato per il centro dei Lakers il più forte avversario su un campo da basket, pro o meno, indoor o outdoor) il mondo cestistico riscoprì la leggenda del baller, dunker e scorer migliore che i playground newyorkesi abbiano mai visto, e di cui nessuno purtroppo può reperire video. Come nelle migliori leggende, è il racconto che ne amplifica il valore. Non siamo tutti “San Tommaso”.

New York, New York! New York il giovane Earl la scopre in tenerissima età, e non è una scelta dovuta a motivi romantici, di rivalsa o di necessità di cambiamento per se e la sua numerosa (nove fratelli) famiglia: Earl, nato con un cognome differente, viene deliberatamente consegnato ad un riformatorio per homeless, dato che i suoi genitori lo affidano ad un destino migliore di quello che loro stessi potessero offrirgli. Nonostante l'intervento di madamde Mary Manigault, donna-madre-single-di colore newyorkese, da li in poi il destino di Earl sarà composto da due parole: La Strada. 

 

A otto anni, dai primi passi mossi nella Franklin High School, e sino ai diciotto, il mito di Earl assume quotidianamente le sembianze di una vera e propria icona dei playground della “Big Apple”,oltre a quelli “istituzionali” delle varie scuole affrontate dalla FHS. Durante l'inverno Earl frequenta allenamenti e lezioni, più per aver certezza di poter continuare ad allenarsi, perchè come in tutti gli ambiti, le voci girano, e si inizia a parlare delle gesta incredibili di un ragazzo di 186 cm capace di veleggiare come successivamente avrebbero fatto i grandi Doctor J, Clyde Drexler e MJ, e raggiungere vette che non si confanno, se esistono leggi fisiche, a quella statura. 

Earl è stato più volte visto “riprendere”dal bordo superiore di un tabellone quarti di dollari, scommettendo con giovani ignari delle sue capacità fisiche, fior di quattrini. Doti fisiche? Si, ma anche l'incapacità di separarsi dai pesetti per caviglie, con i quali the Goat instaurerà la più duratura relazione della sua vita. 

Relazioni “pericolose”. L'altra relazione, unilaterale, è quella che inizia (ufficialmente, ma probabilmente il flirt ha radici più profonde) nel 1965, a 21 anni, quando a scuola viene sorpreso in atteggiamenti poco interpretabili con una certa Maria, ragazza accomodante, rilassante, a basso prezzo. Senza di lui la FHS perderà le finali del NYC Atlantic Championship, contro la Power Memorial High School di un certo Alcindor, Lew Alcindor. Neanche dieci anni dopo il già citato Alcindor inizierà a scrivere storia e record del piano di sopra, dopo conversione all'Islam con il nuovo battesimo sotto il nome di Abdul-Jabbar, Kareem. 

Dopo la relazione con Maria, che non è una donna ma la più comune cannabis, Earl si lascia andare a fugaci scappatelle con cocaina ed eroina, recuperando la credibilità dei playgrounds, recuperando quarti di dollari sui tabelloni, segnando 95, 96 e 99 punti in tre partite a distanza di sei ore tra la prima palla a due e l'ultima sirena in tre differenti playgrounds di NYC. Ma il basket, quello coi riflettori puntati della NBA, non registra i punti messi a segno sull'asfalto. 

L'opportunità. L'opportunità arriva a 22 anni, grazie alla Young Life, squadra di Harlem (dove Earl crebbe e visse per quasi tutta la sua esistenza) partecipante alla National Urban League, capace di vincere circa 600 partite ininterrottamente, in tutti i tornei della grande Mela, contro tutti gli avversari che avessero avuto il coraggio di presentarsi sul campo. Per nessun titolo, solo per dollari. 

Coi dollari però per la strada non ci compri case, ma metti su i tuoi giri, cerchi di arrivare a “domani”, e mai alla realizzazione di un progetto di vita sicuro ed affidabile.

Holcombe Rucker, ancora lui. Un progetto, a 23 anni, cerca di metterglielo su niente poco di meno che Holcombe Rucker (vedi articolo precedente) che lo costringe ad abbandonare NY e lo iscrive ad un corso di laurea, a sue spese, nel North Carolina, dove Earl “pareggerà” le mancanze dei suoi primi difficili venti anni di esistenza, giocando a fasi alterne nella squadra del College, e incontrando la donna che diventerà madre dei suoi figli e moglie. Perderà invece la capacità di dire di no ad una sua vecchia fiamma, l'eroina, che dal '69 al '71 lo porterà in carcere 4 volte per spaccio o possesso di tale sostanza, e chiuderà a doppia mandata i suoi sogni di rivalsa su un vero campo da basket, eccezion fatta per un training camp ed un periodo di prova in ABA. 

Oltre il limite. Anni di abuso di sostanze stupefacenti e vita all'eccesso, ed oltre, hanno ripercussioni notevoli sul fisico di un ragazzo che a detta di tutti, a 15 anni aveva il fisico di un 30enne, a 25 uno di un 50enne, capace ancora di grandi gesta, ma non a livello agonistico, non tra i “pro”. Sono lontani i tempi in cui poteva saltare e schiacciare per pochi dollari un numero di volte prestabilito, schiacciando la palla nel canestro con una mano, riprendendola con l'altra per ribadire il concetto. In volo. 

Sarebbe splendido parlare di un epilogo positivo nella storia di una “anima in pena” che solo nel campetto è riuscito, superando i primi anni settanta, a recuperare quel tanto importante onore che per un self-made man di colore è il biglietto da visita, sempre e comunque. Earl, con la concessione dell'amministrazione di New York, viene inserito in un progetto di recupero di un playground, che gestirà dal '74 sino ai primi anni novanta e nel quale, si dice, abbia più volte assistito a ore e ore, giorni di match e tornei, senza proferire parola, senza un rapporto con l'esterno. 

Morte anonima. Morirà, nel quasi più profondo anonimato, lo stesso giorno di un'altra stella di NY, un'altra stella che ha fatto degli eccessi il suo stile di vita, ma che dagli eccessi ha ottenuto un ritorno economico di gran lunga superiore alle proprie aspettative; Frank Sinatra, come Earl “THE GOAT” (The Greatest Of All Time, il più grande di sempre) Manigault, si spense il 15 maggio 1998.

Per Frank il motto era “farlo a modo mio”, per Earl era “farlo come nessun altro avrebbe potuto”. Il primo morirà per un infarto, dopo una vita sotto i riflettori. Il secondo dopo un ictus a causa di un'aorta distrutta da alchol e droga, in attesa di un trapianto che non arriverà mai, a causa delle relazioni “proibite” di cui ho già narrato. 

Il destino, dicono, è composto dalle scelte, anche quelle piccolissime scelte, che quotidianamente facciamo, in maniera consapevole o meno consapevole. Per chi ci crede può essere utile, o la più grande condanna. Per Earl, che semplicemente credeva di poter saltare su ogni cosa, non aveva alcun senso. Come per noi, pensare di raccogliere un quarto di dollaro, sul bordo di un tabellone da basket.