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Rose: un unico obiettivo. E che nottata, riscritto il career-high

Matteo Bettoni 1 novembre 2018
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18.8 punti, 4 rimbalzi e 5.0 assist di media in questo inizio di campionato. Derrick Rose rimarrà sempre l’atleta strepitoso che nel 2011 vinse il premio di Most Valuable Player diventando così il più giovane MVP della storia Nba. Dopo l’infortunio del 2012 non è più stato lo stesso: i recuperi fisici sono sempre andati a buon fine, ma la cicatrice più grande rimane nella mente. Ma nella notte del 31 ottobre, Derrick Rose ha vestito i panni di sé stesso in versione “Most Valuable Player”…

 Una questione di volontà

Otto anni fa. Il numero 1 dei Chicago Bulls, al media-day della stagione 2010-11, pronunciò poche parole ma furono sufficienti a far capire al mondo del basket che la volontà e il duro lavoro avrebbero pagato.

“Why can’t I be the MVP of the league? Why I cannot be the best player in the league?”. Detto, fatto. Sette mesi più tardi, Derrick Rose diventa MVP della lega dopo aver portato la sua squadra al primo posto della Eastern Conference e dell’intera Nba grazie al record di 62 vittorie e 20 sconfitte (link). Una delle migliori stagioni della storia della franchigia dei Chicago Bulls. Una delle migliori annate dopo l’era di Michael Jordan di cui Chicago sembrava aver trovato l’erede. Ed è proprio allo storico numero 23 dei Bulls che D-Rose viene affiancato: fame di vittoria, l’unica che davvero conta però è alla fine della stagione, puro agonismo. In effetti il paragone regge, sono i numeri e le statistiche a volerlo.

Prima di Derrick Rose, l’ultimo MVP a Chicago era stato ‘His Airness’ nella stagione 1997-98, poi i playoff dopo una stagione proprio da 62 vittorie e 20 sconfitte, ‘The Flu Game’ e il tiro più famoso della sua carriera sul campo degli Utah Jazz per l’anello. La conclusione è solo una, quella che conosciamo tutti: sesto titolo consecutivo e fine dell’età d’oro.

Riportare il titolo nella ‘Windy City’ è l’obiettivo principale soprattutto se a Chicago sei nato e cresciuto, soprattutto se a partire dal tuo secondo anno in Nba comincia ad aleggiare un paragone tanto appagante quanto pesante da sorreggere. Un anno dopo però, il peso da sopportare per Rose è un altro e decisamente più influente.

Dopo un altro anno ad alti ritmi, Rose porta Chicago alla prima piazza ad est. Ai playoff i sogni del titolo si infrangono però come il suo legamento del ginocchio sinistro in gara 1 del primo turno. E’ il momento in cui si spezza definitivamente anche il file rouge tra la leggenda e l’astro nascente. Un continuum tanto romantico che si spezza coi sogni di una città e di una nazione intera. Poi sette anni di sofferenza e di “what if…”. E se Derrick Rose fossero rimasto quel Derrick Rose? Cosa sarebbe successo? Ecco che un atleta capace di riscrivere parte della storia Nba diventa un grande punto di domanda.

Fino a quando…

Qualche giorno fa, Rose rilasciò un’intervista a Nba Tv dove disse di voler diventare il ‘sesto uomo’ della Lega. Significa essere il massimo anche in uscita dalla panchina. Significa riuscire a dare il proprio contributo anche quando non si parte direttamente in quintetto e quindi riuscire a lasciare il segno. E’ una presa di coscienza, una volontà di misurarsi con una realtà in continuo cambiamento. Per dimostrare a sé stessi che nonostante i sette anni in più all’anagrafe, l’essenza non è svanita.

New old, vintage. Come preferite, oppure semplicemente… Derrick Rose. Tornare quello di una volta sembrava impossibile, eppure questa notte il play dei Minnesota Timberwolves ha catapultato tutto il mondo del basket indietro di una decina di anni. Ci è riuscito riscrivendo il suo career-high, andando a canestro con una semplicità ed una naturalezza che pian piano sembravano averlo abbandonato nel corso degli anni a causa dei tanti, troppi infortuni. 50 punti, 6 rimbalzi e 4 assist. Parlano da soli.

Era maggio 2011 quando Derrick Rose fece registrare una prestazione da 44 punti nella semifinale di conference contro gli Atlanta Hawks. Da quel momento il play non fece più registrare gare di questo tipo a livello realizzativo. I fatti e i numeri parlano chiaro per il giocatore, ma per sfogare le sue emozioni e tensioni di sette lunghi anni di costante recupero mentale, Rose ha voluto parlare di fronte ai suoi tifosi.

Nella notte di Halloween, più che spaventare, Rose è riuscito a stupire chiunque aspettasse – e magari aveva anche perso le speranze – un suo ritorno vestendo i panni di sé stesso. Piccoli sprazzi si erano visti in questo tip-off, ma nessuno si sarebbe mai immaginato un’esplosione tale.

“Ho lavorato duramente per essere così. Voglio ringraziare la società, i miei compagni e i tifosi. Ho solo giocato. Ogni volta voglio dare il mio esempio ai giovani, parlare con loro. Significa molto per me. Grazie a tutti”.

No, grazie a te Derrick.

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Matteo Bettoni

Matteo è nato il 9 settembre 1996 a Milano, dove attualmente studia alla facoltà di Scienze umanistiche per la comunicazione presso l'Università Statale. Ha giocato a basket 4 anni durante gli anni delle elementari per poi appassionarsi al mondo dello sport in generale, con occhio attento al mondo del basket Nba e europeo. Il suo sogno, oltretutto dopo 5 anni di liceo linguistico dove ha avuto modo di approfondire la conoscenza dell'inglese, tedesco e francese, è quello di diventare giornalista sportivo oltreoceano.

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