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Kobe Bryant e l’addio al Madison Square Garden

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Partita dal sapore molto speciale quella che è stata giocata domenica sera al Madison Square Garden tra i Los Angeles Lakers ed i padroni di casa dei New York Knicks. Il risultato finale (che ha visto gli orange prevalere sui gialloviola) è passato in secondo piano; a fine partita gli occhi ed i pensieri erano tutti rivolti verso un solo giocatore: Kobe Bryant. Dopo aver ammesso la possibilità di un suo ritiro al termine dell'attuale stagione; per il Black Mamba si prospetta uno scenario molto simile che ha accompagnato, prima di lui, altre celebrità di questo sport. Il pensiero va ancora una volta a Michael Jordan e alla stagione 2002-2003. Quella stagione rappresentò infatti un lungo, emozionante e commemorativo addio di his airness al mondo del basket giocato. Tutte le trasferte dei Washington Wizards si trasformarono nell’ultima occasione per i tifosi di vedere e di ammirare colui il quale aveva dominato in maniera incontrastata la scena di questo sport. Un occasione per ringraziare e rendere omaggio alla carriera e alle gesta dell’ex North Carolina. Proprio oggi come allora la sceneggiatura potrebbe ripetersi, con protagonista Kobe Bryant e come prima tappa di questo nuovo malinconico triste addio proprio il Madison Square Garden.

A dare seguito a questi ragionamenti ci ha pensato Byron Scott, head coach dei Lakers, che prima dell’inizio della partita ha così dichiarato: “Mi ha accennato riguardo la possibilità che questo sia il suo ultimo anno. Per tale motivo vuole davvero provare a giocare ogni singola partita.” 

A fine partita lo stesso Bryant ha risposto tranquillamente a domande di rito solitamente fatte a chi è in procinto di ritirarsi. La richiesta più gettonata dai giornalisti è stata quella di fare un commento sulla sua ventennale carriera di giocatore. Di seguito la risposta del numero 24: “Mi posso definire un giocatore con talento che ogni singolo giorno si è fatto il c**o. Non ho lasciato niente di intentato e mi sono sempre spinto al massimo delle mie possibilità e delle mie capacità.”

Gli avversari in maglia Knicks vantano tra le proprie fila diverse persone che sono state, per motivi sportivi e non solo, importanti nella vita di Bryant: parliamo di Phil JacksonDerek Fisher e Sasha Vujacic; che occupano attualmente i rispettivi ruoli di: presidente, head coach e giocatore (guardia tiratrice ndr) della squadra newyorkese.

Il blocco ex Lakers ora è totalmente a disposizione del proprietario James Dolan con un obiettivo ben specifico: adottare la filosofia del triangolo. Tale stile di gioco, conosciuto anche come triple-post-offense, ha fatto la fortuna di Phil Jackson, in tutta la sua carriera da allenatore, e anche quella di Kobe Bryant. Per tale motivo l’ex coach Zen ha deciso di affidarsi totalmente a dei veterani che, come Kobe, hanno avuto modo di conoscere, prendere dimestichezza e poi abbandonarsi totalmente a tale filosofia di gioco. I compiti sono chiari e ben definiti: coach Fisher ne spiega i meccanismi di funzionamento durante gli allenamenti e Vujacic aiuta i suoi compagni ad adattarsi e ad utilizzare il triangolo nelle partite.

Con riguardo a questo esperimento di importare lo schema nei Knicks, ha trovato modo di commentare proprio lo stesso Bryant. E’ ancora lo stesso giocatore in grado di far attirare tutte le attenzioni in torno a lui, e non soltanto necessariamente durante lo svolgimento di un’azione. Domenica, infatti, durante un tempo morto della partita, si è avvicinato al tifoso dei Knicks numero 1, il regista cinematografico Spike Lee (sempre presente in prima fila durante le partite di casa), esprimendo a suo modo il suo parere.

Kobe ha fatto notare al regista (con il quale ha collaborato per la realizzazione di un documentario riguardo la sua vita e carriera) l’errato posizionamento di Carmelo Anthony& Co. utilizzando delle espressioni colorite che non hanno certamente bisogno di essere tradotte. “That ain’t no f***ing triangle. That’s a square. That’s a square.” 

La performance di domenica di Bryant ha seguito la falsa riga delle precedenti prestazioni di questo inizio di regular season: 6/19 al tiro per soli 18 punti realizzati (peggiore prestazione in casa dei Knicks dal 1998, al suo secondo anno nella Lega). Non di certo ciò a cui il pluricampione NBA ci aveva abituato nelle passate stagioni. Prima di questa partita il numero 24 aveva una media punti a partita nel MSG (in 15 presenze) pari a 30,7. La sua prestazione di 61 punti del 2 febbraio 2009 rimane tuttora il più alto scoring fatto registrare, al Madison, da un giocatore avversario (il record assoluto lo detiene Carmelo Anthony con 62 punti). 

Il Madison Square Garden è riconosciuto universalmente, nel mondo dello sport, come “La Mecca del basket”. Uno dei motivi è che i tifosi, che abitualmente scaldano i seggiolini dell’arena, sono dei veri amanti del gioco, pronti ad esprimere tutti i loro più grandi elogi per i grandi giocatori scesi sul parquet, anche se avversari. Per tale motivo sono sempre pronti ad una standing-ovation alle grandi giocate messe in mostra da giocatori come Jordan o Bryant, poco importa se questo vuole dire veder perdere la propria squadra.

La domanda che ora tiene banco nel mondo dello sport è: l’ovazione ricevuta da Bryant al Madison Square Garden, all’inizio e al termine della partita, è stata l’ultima della sua carriera? Probabilmente a questa domanda nessuno può rispondere con certezza, neanche il diretto interessato. Guardarlo uscire dal campo lascia però pochi dubbi. Il passo lento e lo sguardo verso il basso questa volta non sembra rispecchiare una semplice delusione per la sconfitta appena subita. Sembra esserci molto di più. Sembra esserci malinconia e tristezza, che derivano dalla consapevolezza che la musica è finita e che l’ultimo ballo al Madison si è appena concluso.

“Giocare bene qui è qualcosa di speciale: è l’ultima storica arena rimasta ancora in piedi in America, si respira la gloria del passato.” Kobe Bean Bryant