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Intervista a Dante Calabria: “Sono tornato perché il mio obiettivo è allenare in Italia”

Fabrizio Fasanella 10 maggio 2017
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Circa due anni dopo la sua breve parentesi da coach di Taranto, l’ex Azzurro Dante Calabria è tornato per qualche giorno nella città che per tre stagioni, dal 2004 al 2007, ha applaudito le sue doti da “tiratore di striscia”: Milano. Lo statunitense naturalizzato italiano, che a novembre spegnerà 44 candeline, è pronto a dare una svolta alla sua carriera da allenatore anche grazie alle precedenti esperienze negli Stati Uniti, dove ha girato due college e un liceo (quello di Ben Simmons, stella dei 76ers in NBA). Davanti a buon caffè in un bar del centro, nel corso di un’uggiosa mattinata milanese, i microfoni di The Basketball Post hanno intervistato il campione d’Italia del 2003 con Treviso, che ha appeso le scarpette al chiodo nel 2011 dopo un’intensa annata con la Pallacanestro Sant’Antimo.

 

Venerdì sei tornato in Italia dopo diverso tempo. Cosa ti ha portato qui in questi giorni e quali sono i tuoi progetti per il futuro?

“Sono arrivato a Milano con il mio agente per salutare vecchi amici, ma anche perché voglio tornare ad allenare in Italia il prossimo anno. In America, nelle ultime stagioni, ho lavorato e ho imparato tante cose per raggiungere questo obiettivo, perciò ora sono qui. Se avessi l’opportunità di firmare per una squadra italiana, sicuramente la coglierei al volo”.

 

Sei stato uno dei giocatori più amati dell’era Armani. Quali emozioni e sensazioni hai provato domenica durante il tuo ritorno al Forum d’Assago?

“È sempre un piacere tornare a Milano, dove ho trascorso tre anni splendidi. Domenica, inoltre, giocava anche Cantù, una squadra che mi ha lasciato tanti bei ricordi dopo la stagione 2003-2004. Sono due città molto importanti per me ed ero curioso di vedere questi due team affrontarsi nel derby. Mi sono tornate in mente tante emozioni e mi sono goduto ogni singolo minuto di quella serata”.

 

Cosa ti manca di più della tua carriera da giocatore?

“Mi manca l’atmosfera dello spogliatoio con i compagni di squadra, gli allenatori e tutti gli assistenti che lavoravano a contatto con noi. Come dicono negli Stati Uniti, mi manca l’odore della pallacanestro e tutte le emozioni che ancora oggi mi trasmette quando ci penso”.

Qual è il tuo ricordo migliore degli anni con l’Olimpia Milano?

“Sicuramente la prima stagione, quando il signor Armani ha iniziato a sponsorizzare la squadra. Quell’anno abbiamo formato un gran bel gruppo che è cresciuto partita dopo partita e che ha conquistato l’accesso alle finali. Prima abbiamo battuto la Benetton, squadra molto forte, in gara-5 a Treviso, poi abbiamo sfiorato la gara-5 di finale scudetto contro Bologna. Peccato per quel tiro di Ruben Douglas… In ogni caso è stata un’annata incredibile e un’esperienza grandiosa. La città ha iniziato ad amare la pallacanestro anche grazie a noi: il Forum cominciava a riempirsi di tifosi sempre caldi, e per un giocatore era il momento perfetto per vestire i colori di Milano”.

 

Ci pensi ancora a gara-4 contro la Fortitudo nel 2005?

“Certo. Mi ricordo che ho guardato il cronometro appena Douglas ha tirato, poi gli arbitri hanno convalidato la tripla ed è stata davvero dura. Entrambe le squadre hanno giocato con grande intensità, è stata una partita molto aggressiva, tutti volevamo vincere e non è stato facile digerire una sconfitta del genere. Non mi ricordo esattamente cosa ci siamo detti negli spogliatoi, ma posso dire che i giorni successivi sono stati complicati. Ho rivisto Joseph Blair qualche anno fa e la prima cosa che ci siamo detti è stata una battuta su quella partita”.

 

Prima dell’intervista hai detto che preferisci la pallacanestro europea rispetto a quella statunitense. Quali sono le ragioni principali?

“In Europa ci sono buoni atleti, ma allo stesso tempo ci si concentra molto sugli aspetti tattici e tecnici del gioco; i ragazzi, anche da molto giovani, sono capaci di passare la palla, di penetrare e di scaricare per l’uomo libero. In America, invece, si punta di più sull’atletismo e di conseguenza il livello tecnico può essere più basso. Qui in Europa è essenziale il gioco di squadra e per me è molto più divertente. La cosa migliore sarebbe una perfetta combinazione tra atletismo e tecnica. Negli Stati Uniti c’è meno attenzione agli errori sui fondamentali, meno allenamento e meno lavoro sui punti deboli dei singoli. I ragazzi arrivano al college e non sanno fare un corretto passaggio in post: questo mi colpisce in negativo. Penso che questo tipo di approccio non sia di aiuto per la pallacanestro statunitense”.

 

Domenica si è ritirato Massimo Bulleri. Con lui hai giocato diversi anni (anche in Nazionale) e hai condiviso uno scudetto a Treviso. Che rapporto avevate e che tipo di persona è il ‘Bullo’ dentro e fuori dal campo?

“È un grande campione. Non dimenticherò mai il suo palleggio, arresto e tiro praticamente infallibile. Ha sempre il sorriso sulla faccia: è una bella persona e un bravo ragazzo. Sicuramente è uno dei giocatori più importanti della storia della pallacanestro italiana. Ha avuto una grande carriera e posso solo congratularmi con lui”

 

Sasha Djordjevic, che è stato un tuo compagno di squadra nel 2005, è ormai diventato uno degli allenatori di punta del basket europeo. Vi sentite ancora per darvi qualche consiglio o per scambiare qualche parola?

“Sinceramente è da un po’ che non parlo con Sasha. L’ho visto qualche anno fa ed ora sto seguendo il suo incredibile lavoro con la Nazionale serba. Lui era il tipico giocatore che sul parquet usava il cervello, sapeva leggere perfettamente tutte le situazioni ed è per questo che è diventato un grande allenatore. Era anche un giocatore che parlava molto in spogliatoio, gli chiedevo molti consigli perché era un buon leader”.

 

Parlaci dei tuoi anni negli Stati Uniti dopo il ritiro.

“Sono stato assistant-coach all’Università di North Carolina Wilmington e alla Keiser University con Rollie Massimino, che nel 1985 ha vinto l’NCAA con i Wildcats; inoltre ho anche allenato alla Montverde Academy in una delle migliori squadre liceali degli Stati Uniti. Ho avuto a che fare con allenatori, giocatori, organizzazioni e filosofie diverse, ma queste esperienze sono state allo stesso modo utilissime perché ho imparato tanto. Per raggiungere gli obiettivi bisogna lavorare e apprendere, per arrivare là in alto è necessario fare fatica. Negli ultimi anni ho anche preparato diversi ragazzi prima della loro potenziale chiamata al Draft NBA: un’esperienza molto stimolante”

 

Alla Montverde Academy hai allenato anche Ben Simmons, prima scelta al Draft NBA del 2016. Che impressioni ti ha fatto?

“E’ un ragazzo fantastico che scherza, sorride e si diverte. È un giocatore di alto livello nonostante la giovane età, attacca benissimo il canestro e mi ricorda LeBron James dal punto di vista della forza fisica. Il suo punto debole è il tiro: su questo aspetto ha bisogno di più fiducia e di più lavoro. Penso che possa diventare un giocatore di punta in NBA, anche perché ha delle sorprendenti qualità da passatore. Nel periodo dell’high school, mi hanno impressionato la sua visione di gioco e le sua capacità di trovare l’uomo libero. Inoltre può difendere sia l’ala grande che il playmaker, quindi è molto versatile anche dal punto di vista difensivo. È stato divertente e gratificante allenarlo”.

 

Quale allenatore ha influenzato maggiormente il tuo stile di gioco e con quale ti sei trovato più a tuo agio quando eri giocatore?

“Il primo allenatore che ha davvero influenzato la mia pallacanestro stato Dean Smith a North Carolina, con cui ho vinto un titolo NCAA nel 1993; era favoloso sia come coach che come persona e da lui ho imparato tanto. In Italia mi sono trovato molto bene con lo stile di gioco di Lino Lardo a Milano, ma anche la stagione a Treviso con Messina è stata incredibile. Inoltre non voglio dimenticare di citare Pino Sacripanti, Luca Banchi e Cesare Pancotto. Tutti i miei coach mi hanno trasmesso qualcosa che ancora oggi, senza dubbio, mi porto dentro quando alleno. Per me è stata una fortuna giocare per loro. Però se mi chiedi qual è lo stile con cui mi sono trovato meglio, rispondo con il basket di Lino Lardo: si adattava perfettamente alle mie caratteristiche”.

 

Intervista esclusiva a cura di Fabrizio Fasanella

RIPRODUZIONE RISERVATA

Un grazie e un grande in bocca al lupo a Dante Calabria

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Fabrizio Fasanella

Nasce a Milano, dove vive tuttora, l’1 Novembre del 1996. Studia comunicazione e società all’Università degli Studi di Milano dopo cinque anni di liceo delle scienze umane opzione economico-sociale all’Istituto Tenca. Gioca a basket dalla terza elementare alla quinta superiore, girando diverse società milanesi e dell’hinterland. Appassionato ed esperto della stella dei Nuggets Danilo Gallinari, nel 2010 apre una pagina Facebook a lui dedicata che gli permette di farsi notare e di avere la possibilità di unire le sue due più grandi passioni: la pallacanestro e la scrittura giornalistica. All’inizio della stagione 2012-13 comincia a pubblicare i primi articoli sull’Olimpia Milano per ScoutingCenter.net (la “vecchia” versione di The Basketball Post) e già nel 2014, a 18 anni nemmeno compiuti, ha l’opportunità di vivere da giornalista accreditato le Final Four di Euroleague a Milano e le finali scudetto (nei match al Forum d’Assago) tra l’Olimpia e la Mens Sana. Verso la fine del 2014 diventa, tra le altre collaborazioni, vice responsabile di Redazione del sito assieme ad Alessandra Conti. Su Facebook lo trovate sulla pagina “Fabrizio Fasanella’s Basketball Articles”. I suoi giocatori preferiti di sempre sono il già citato ‘Gallo’, Ray Allen, Kobe Bryant, Vassilis Spanoulis, Manu Ginobili e Sasha Djordjevic. Sul web scrive anche di benessere e sport all'aria aperta.

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