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Intervista ad Alessandro Mamoli: front man con la pallacanestro nel sangue

Matteo Bettoni 15 dicembre 2017
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La sua è una vita dedicata ad una passione dalla forma rotonda: la palla a spicchi. Con un passato biennale nelle giovanili dell’Olimpia Milano dal 1991 al 1993, Alessandro Mamoli ha vissuto, e tuttora vive, il mondo della pallacanestro dal parquet dei palazzetti italiani al parquet degli studi di Milano Rogoredo: divenuto giornalista professionista nel 2007 ora è una delle voci della NBA e NCAA per Sky Sport, senza contare l’esperienza extra – televisiva di un programma radiofonico a metà fra il mondo della musica, dell’attualità e del basket, chiamato “Live From The Vault” e una vita piuttosto attiva sui social come Instagram e Facebook, canale principale di un “reality”, Ciabasket, che tratta il 5vs5 in modo goliardico con ospiti più o meno noti al pubblico.

 

Lei è un grande appassionato dello sport americano, ma secondo il Suo pensiero quali sono le differenze sostanziali tra la concezione di sport negli Stati Uniti e in Europa, soprattutto a livello giovanile?

 A livello giovanile, molto differenti. Anche se in Europa dipende dal paese. Nelle scuole degli  Stati Uniti lo sport è considerato importante. Al liceo ad esempio hai l’ obbligo di scegliere una disciplina. Viene gestito con strutture adeguate e se un ragazzo ha un particolare talento per qualche disciplina, il sistema americano ti aiuta a farlo emergere. A livello di squadre Pro, in America lo sport è visto come fonte di guadagno, un’ impresa, un’azienda che come qualsiasi altra lavora per creare utili. In Europa non sempre è così, soprattutto se non parliamo di Club di altissimo livello. 

 

Collegandosi alla domanda precedente, le assenze dei big (Datome, Belinelli, Gallinari e Ettore Messina da capo allenatore) pesano tanto su questa nuova nazionale. Ci sono tanti giovani nel roster come Della Valle, Fontecchio, Polonara e Abass che comunque hanno già formato le spalle nella LBA con squadre di livello lottando sempre per il campionato o per le fasi finali dei playoff. La definirebbe “nazionale B” rispetto a quella che eravamo abituati a vedere o la considera una nuova nazionale con dei giovani fondamentali per una ricostruzione veloce e di qualità?

 Una via di mezzo. Chiaramente senza i Big (che mancano anche alle altre nazionali) non possiamo considerarla la vera Nazionale. Ma all’ interno di questo gruppo che si sta giocando la qualificazione c’è molta  Italia del futuro.

 

Lei, insieme a Flavio Tranquillo e Davide Pessina, ha l’occasione di lavorare a diretto contatto coi personaggi che ogni anno a giugno si sfidano per il titolo nelle Finals NBA. Quali sono le emozioni che si provano quando si intervistano allenatori come Steve Kerr o vedere da vicino atleti dei quali si narrano le gesta in telecronaca per 9 mesi dall’altra parte del mondo come i vari Curry, Kevin Durant o James?

 Emozione indescrivibile, anche se in realtà la mole di lavoro che porta una Finale NBA ci da poco tempo per “godere” di quelle sensazioni che restano comunque.

Noi siamo lì per offrire il migliore servizio possibile a chi è a casa. Per farlo siamo impegnati sostanzialmente tutto il giorno. Quando ci sono gli spostamenti tra una città e l’ altra tutto diventa ancora più frenetico. Ma ogni tanto sì, ti capita di fermarti un attimo e realizzare che sei lì, nel posto in cui tutti vorrebbero essere, ad assistere allo spettacolo di basket più attraente al mondo.

 

Dai social media, si nota una parte che noi non conosciamo di Lei ovvero di un Alessandro Mamoli molto attento e legato ai figli: quanto è importante, soprattutto col lavoro che ha, trovare il giusto equilibrio tra la Sua vita familiare e lavorativa?

 Fondamentale. Anche se il basket americano, per il numero di partite che si giocano settimanalmente, ti impone di essere “sempre sul pezzo”, cerco appena posso di dedicarmi ai ragazzi, alla lettura di un buon libro. Agli amici e al tempo libero.

Anche se spesso il tempo libero contempla momenti di pallacanestro (ahimè) ancora giocata.

 

Ultima curiosità. Parlando di “Ciabasket”, prima di tutto complimenti, vi aspettavate tutte queste visualizzazioni e questo successo nel mondo degli “addetti ai lavori”? Da dove, quando è nata questa idea e chi ne è stato l’ideatore? Ci invitate?

 Ciabasket è stata una goliardata e tale resterà. Il piccolo successo deriva dal fatto che all’ interno del “reality” partecipano una serie di personaggi più o meno noti , legati al mondo della pallacanestro.

E’ nata per caso, un mix di improvvisazione tempismo e passione nel ritrovarci, oltre all’ immancabile dose di idiozia e ironia.

Vi inviteremmo volentieri ma l’appuntamento fisso al supermercato non c’è più. Ogni tanto facciamo un’apparizione sulla pagina Facebook collegandoci dai luoghi più strani.

 

 

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Matteo Bettoni

Matteo è nato il 9 settembre 1996 a Milano, dove attualmente studia alla facoltà di Scienze umanistiche per la comunicazione presso l'Università Statale. Ha giocato a basket 4 anni durante gli anni delle elementari per poi appassionarsi al mondo dello sport in generale, con occhio attento al mondo del basket Nba e europeo. Il suo sogno, oltretutto dopo 5 anni di liceo linguistico dove ha avuto modo di approfondire la conoscenza dell'inglese, tedesco e francese, è quello di diventare giornalista sportivo oltreoceano.

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