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Ramagli: “Alla Final Eight non si pensa, bisogna andare a cercare il colpo”

Luigi Liguori 16 febbraio 2018
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Non è una manifestazione qualunque, la Final Eight di Coppa Italia. Certamente è una manifestazione particolare, unica nella formula e nel suo essere altro rispetto al cammino in campionato. Una storia a sé. La spiega così, Alessandro Ramagli, questa corsa al primo traguardo di stagione, a cui arriva con una Virtus Segafredo tornata in Serie A da pochi mesi, ma già capace di inserirsi tra le squadre che avranno diritto di giocarsi un appuntamento importante. Una Virtus Segafredo ancora una volta maltrattata dalla sorte, ma decisa a non pensarci troppo su. Non sarebbe il caso, in un torneo che si risolve con partite secche, da dentro o fuori. “Quando inizi una stagione ti dai sempre obiettivi, e quando li raggiungi è una soddisfazione perché ci sei arrivato con le tue mani, senza che nessuno ti abbia regalato niente. Non è semplice farlo. Poi mi sembra abbastanza chiaro che il risultato più importante di queste due stagioni è un ravvicinamento e un feeling molto stretto con il popolo virtussino. Vedere che a Firenze conteremo, come mi dicono, duemila persone che ci avranno seguiti per sostenerci, per festeggiarci al di là della manifestazione in sé, ci dà il senso di quello che stiamo facendo e ci riempie di soddisfazione. E’ chiaro che queste sono kermesse che giochi per vincere, non per partecipare, però sapere che intorno c’è tutto questo affetto è qualcosa che ti fa salire sul treno, perché è in treno che andremo a Firenze, con le farfalle nello stomaco. Le emozioni che ci accompagnano sono queste”. Ne resterà una sola, è la regola. E si deciderà tutto in quattro serate ad alta tensione. “Conosciamo la formula, sappiamo che è spietata, crudele per certi versi, ma è il bello delle partite in cui si vince o si esce, quelle per cui la gente accende il canale dell’emozione. Ogni partita su quel campo determinerà una squadra che va avanti e una che torna a casa, e alla fine una vincitrice e una sconfitta. Forse è la miglior formula possibile se si ragiona in termini di sport, perché lo sport è questo. Mi sento di dire che le otto squadre che sono arrivate a questo appuntamento hanno già messo in carniere una piccola vittoria: esserci, far parte di una manifestazione così accattivante e importante a metà della stagione”. A proposito di treno: un convoglio speciale porterà quasi cinquecento di quei duemila tifosi a Firenze. Come era successo nel 1990, quando la Virtus andò a vincere nella stessa città la Coppa delle Coppe. Evocativo. “Nel 1990 io c’ero. Essendo un appassionato di pallacanestro, avendo una finale di Coppa delle Coppe a ottanta chilometri da casa, ero a Firenze il giorno della vittoria della Virtus di Ettore Messina. Me la ricordo bene, quella partita. Questa è una società che ha una storia quasi centenaria alle spalle, costellata da una serie di vittorie indimenticabili. Però sappiamo anche che noi stiamo vivendo un anno di ripartenza, dobbiamo fare un passo alla volta. Il fatto che in quell’occasione la sorte sia stata amica non significa niente, la cosa importante è che insieme a quello che ci porterà a Firenze si accompagni un altro treno, quello di domani appunto, all’interno del quale viene raccolta la passione che c’è intorno alla Virtus. Noi andiamo per fare il massimo, con un grande desiderio di giocare e molto rispettosamente evitando di fare paragoni”. Prima di Sassari, il gruppo era di nuovo al completo. Sembrava una boccata d’aria fresca, invece siamo di nuovo a fare i conti con assenze importanti. “E’ un dato di fatto, su cui non possiamo sindacare. L’unica certezza è che nessuno potrà dire che giocheremo senza un giocatore marginale, perché Pietro Aradori è molto importante per noi. E’ fuori, e senza colpe, ma noi dobbiamo essere bravi a trasformare in opportunità le piccole sfighe che colpiscono trasversalmente. Lo abbiamo fatto per tutta la stagione perché, staccandoci dal pensiero di questa partita di Coppa Italia, abbiamo giocato in campionato veramente pochissime partite al completo. Tante volte abbiamo avuto un’assenza, talvolta anche due. Ancora una volta giocheremo in una condizione di emergenza, ma visto che ci siamo abituati non ci fa nemmeno tanto effetto. Chi va in campo cercherà stimoli, e si gioca sempre in cinque, non è che se ti manca un giocatore importante ti fanno giocare in quattro. Siccome siamo stati tante volte bravi a sopperire alle assenze, sarà un’ulteriore occasione per cercare di cogliere le opportunità a cui le difficoltà del momento ci mettono di fronte”. C’è la Germani Brescia, ad aspettarvi. Nemmeno più una squadra rivelazione, a questo punto della stagione. “Ha cambiato poco, ha solo inserito il quinto straniero, Ben Ortner, un altro giocatore di sistema, di equilibrio, di conoscenza cestistica. Quando siamo approdati alle finali qualcuno ha detto che era un avversario ideale, io dico che una squadra che arriva così in alto e fino a domenica scorsa era al primo posto non è una comprimaria. La Germani è una delle “top four” di questo campionato, ed è entrata in questa elìte con tutti i meriti del mondo. Non ha usurpato nulla, quella posizione se l’è conquistata. Però, quando si arriva a una competizione come questa le posizioni della classifica non contano più niente. C’è una partita, in quaranta minuti si decide il passaggio del turno, e Brescia è una squadra veramente forte, con grande equilibrio e grande conoscenza cestistica, ben strutturata in difesa e con punti di riferimento precisi in attacco. Una squadra forte, niente da dire: se non lo fosse stata, non sarebbe ancora tra le prime quattro del campionato dopo diciannove giornate”. Chi la vede come un avversario abbordabile probabilmente pensa all’andamento altalenante degli ultimi tempi, e alla brutta botta rimediata a Varese. “Una botta così non conta niente. Come la nostra sconfitta a Sassari. Le partite del Mandela Forum si disconnettono completamente dal campionato, ed ha quasi poco senso anche guardare alle statistiche. Ci sono state mille partite “vita o morte”, anche di livello internazionale, decise da perfetti sconosciuti. Queste manifestazioni spesso si decidono sulle performances di qualche giocatore che non è nemmeno costantemente agli onori delle cronache. L’avevo detto anche prima di partire per Sassari, che la Coppa Italia avrebbe spezzato completamente il ritmo, e che la pausa della Nazionale lo spezzerà ancora di più: dal 4 marzo inizierà un altro campionato, cortissimo, di undici partite. Ma la Final Eight è una storia a sé stante”. Una formula crudele, abbiamo detto. C’è una squadra più adatta ad affrontarla? “Il passo più adatto, in questo caso, è dato dalla lunghezza del roster. Addirittura, c’è chi può permettersi di mettere giocatori in tribuna e schierarli alla partita successiva, e sono quasi sempre giocatori di pari livello rispetto a chi va in campo. In questo tipo di gioco, è chiaro che l’Olimpia Milano è la squadra più attrezzata. Non trascurerei Venezia e Avellino, che hanno roster profondissimi. Ma nessuno ha la profondità di quello di Milano. In questo senso, dovendo giocare tre partite in tre giorni, penso che l’EA7 sia la squadra che ha gli strumenti per poter fare potenzialmente il percorso più lungo e più vincente. Però non la chiamo favorita, perché in queste competizioni i favoriti non esistono”. Un anno fa, di questi tempi, la Virtus Segafredo era ancora in corsa verso l’imbuto che portava una sola squadra alla promozione dalla Serie A2 alla Serie A. Oggi si gioca la Final Eight di Coppa Italia. Sensazioni particolari, su questo percorso? “Non penso a niente di tutto questo. La Final Eight non ti porta a pensare al cammino, è il campionato a farti ragionare del percorso fatto e di quello che ti aspetta. La Coppa Italia è una botta e via, e come tale va presa, pensata e vissuta. Altrimenti cominci a preparare delle giustificazioni. Lì bisogna andare per fare un colpo, il primo giorno. E poi vedere cosa succede. Io e i giocatori abbiamo questo in testa, oggi: bisogna andare a fare un colpo. Più concentri le energie su questo, più puoi cercare di farlo. Pensare a come è stato bello arrivare fin qui, agli assenti o ai presenti, a quello che si è fatto in campionato, non serve. Noi vogliamo andare a vincere, e per questo ci stiamo concentrando sui prossimi quaranta minuti. Non c’è tempo di pensare. Le considerazioni le lasciamo ai posteri, o al post, e allora nell’analisi si potrà ragionare di tutto, di questi diciotto mesi passati e di come li abbiamo attraversati. A Firenze tutto questo non conta niente: bisogna andare a battere Brescia”.

Fonte: Sito Uff. Virtus Bologna

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Luigi Liguori

Figlio d'arte con una passione per la pallacanestro, il giornalismo e l'Economia (se dello Sport ancora meglio). In passato ha collaborato con la LNP, BasketNet, Basketmercato, Il Roma e SuperBasket. In televisione ha iniziato con la sua prima telecronaca su SportItalia all'età di 17 anni fino ad essere ospite fisso tra il 2014 ed il 2015 per "SiBasket" con l'amico (ed anche correlatore di laurea triennale) Matteo Gandini. Quattro Final Four di Eurolega, troppe per contarle Finali di Coppa Italia, un giorno vorrebbe anche seguire una Finals di NBA. Laureato in Triennale in Economia Aziendale e Management dello Sport, in Magistrale sia in International Business Management che in Marketing, cerca di aiutare sempre il prossimo e non ha paura di nuove sfide. Ha vissuto a Napoli, Milano e Parigi: il suo sogno? Lavorare negli Stati Uniti ... se per una franchigia di NBA ancora meglio. La sua frase preferita è "Il peccato più grande è convincersi dell'inutilità dell'onestà", Beppe Severgnini.

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