LOADING

Type to search

Golden State affonda la lama nell’OT, l’errore di J.R. Smith e l’onnipotenza di James. Gara -1 è dei Warriors 114-124

Matteo Bettoni 1 giugno 2018
Share
Se pensavate di aver visto abbastanza durante le 18 gare precedenti dei playoff, vi siete sbagliati. Se il tabellino non è impazzito, di fianco alla voce ‘LeBron James’, si legge il numero 51. Sì, sono i punti che il numero 23 dei Cavaliers ha segnato nella gara di apertura della quarta saga delle Finals contro i Golden State Warriors. Dominante? Sì. Legale? Siamo al limite, un limite così sottile che potrebbe far sorgere una domanda: ma non è che la può vincere da solo? All’opposizione ci sono i Golden State Warriors e non sembrano essere pienamente d’accordo. Dalla palla a due fino alla sirena del quarto quarto è una battaglia aperta su ogni pallone, l’OT un po’ meno. James è in modalità ‘schiacciasassi’, non è in vena di sconti e infatti apre i conti con un primo quarto perfetto sotto ogni punto di vista che gli spiana la strada per il proseguimento della gara. Ma i Warriors non si arrendono mai: nel secondo tempo ritrovano Durant (3/10 nei primi 20’), si affidano alle costanti di nome Curry, Thompson e Green con il supporto dei role player come Livingston e Looney. Cerchiamo di andare più a fondo della questione.

SUPPORTING CAST – I Cavaliers tengono il ritmo e, anzi, in vari momenti del match sono anche in grado di imporre il proprio volere: condannare Stephen Curry o il Kevon Looney di turno al miss-match con James e riempire l’area coi propri rimbalzisti. Funziona. Larry Nance si dimostra l’uomo giusto per tale lavoro (6 punti e 6 rimbalzi, di cui 3 offensivi nel primo tempo) e anche Tristan Thompson esegue efficacemente i tagliafuori sotto il canestro avversario non solo limitando le ripartenze avversarie ma lasciando spazio al fuoco minaccioso di Kevin Love (21 punti e 13 rimbalzi). Clarkson fatica ad entrare in partita, mente Jeff Green è operativo sul lato difensivo. Così facendo i Cavs toccano il +11 (51-40) e sporcano le percentuali di KD. La musica però cambia nel secondo tempo. La precisione e l’onnipotenza di LeBron sono irriducibili, ma è proprio quando il numero 23 non è sul campo che la sua squadra sembra andare in apnea. Se nella seconda frazione, i Cavs trovano energie rinnovabili dalle mani di Kevin Love, George Hill e Larry Nance jr., alla fine del terzo quarto Cleveland subisce uno stacco sul 78-84 che sarà ricucito solo con l’ingresso in campo di James. La palla trova le giuste vie per le triple di Jeff Green, Kyle Korver e Clarkson che si sblocca. Poi l’1/2 di George Hill negli ultimi 4.7”.
L’EPISODIO DECISIVO – Tutto parte da quei 36.4” dalla fine: Durant penetra a canestro, James scivola verso sinistra per prendere lo sfondamento, gli arbitri fischiano a favore del 23. I giocatori dei Warriors protestano e così si va all’instane replay. Dopo un esame accurato, anche gli arbitri si rendono conto che il fallo è da attribuire a LeBron concedendo due tiri liberi a KD. L’ala di Golden State fa 2/2 e 104-104, LeBron segna in attacco ma poi i padroni di casa rimetto la testa con un and-one di Curry per il 107-106. Sul versante offensivo, George Hill sfrutta un blocco per arrivare al ferro, viene atterrato e va in lunetta. Dentro il primo, Hill sbaglia il secondo il cui rimbalzo viene catturato da J.R. Smith, con una buona prospettiva aperta sotto canestro, che non nota il punteggio sul 107 pari e, pensando di essere avanti, si fionda oltre la linea dei tre punti per proteggere la palla. Quando si accorge del misfatto però è troppo tardi. Golden State ringrazia.

UN UOMO IN MISSIONE PERENNE – LeBron James ha messo a segno una delle prestazioni più dominanti della sua carriera facendo registrare il record personale di punti in una gara di finale. L’atteggiamento è quello di chi, sin dal primo quarto, vuole creare il vuoto tra sé e gli avversari. Infermabile: da oltre l’arco, attaccando il canestro, dal palleggio-arresto-tiro e dal post-basso. James segna tutto e infonde fiducia anche nei suoi compagni. Ma il gioco tiene fino a quando la stanchezza della compagnia comincia a farsi evidente. Gli ultimi 4’ di gioco infatti portano la sigla di LeBron, se non fosse per una tripla di Love e l’1/2 di Hill ai liberi. Sul 94-100, l’inerzia sembra nelle mani dei Warriors, ma è un’accelerazione del numero 23 che riaccende tutto. 4 punti in fila, un and-one e un presunto sfondamento che si rivelerà poi fallo difensivo ai danni del Prescelto e a favore di Durant. Quindi 51 punti con 19/32 al tiro (59,4%) con 3/7 da tre punti e 10/11 dalla lunetta conditi da 8 rimbalzi e 8 assist. Una prestazione in completa gestione, per sé e per i suoi compagni.

GARA -1 E’ DEI WARRIORS – Certo, l’esito della gara avrebbe potuto prendere un’altra piega se Smith avesse tirato dopo quel rimbalzo offensivo. Ma visto che ciò non è avvenuto, meglio basarsi sui dati di fatto. Dopo circa 4 minuti di gioco nel primo quarto, J.R. Smith scivola sul campo e cade sul ginocchio sinistro di Klay Thompson. La guardia di Golden State è costretta a rientrare negli spogliatoi per i controlli di protocollo e non riapparirà sul parquet fino a metà del quarto successivo. Allo stesso modo Durant non sembra essere nella sua migliore serata (alla fine della gara saranno comunque 26 punti), ma è il sistema dei Warriors che permette alla squadra di stare a galla e battersi punto a punto con LeBron&Co. Insieme ai cinque uomini in doppia-cifra (Curry, Thompson, Durant, Green e Livingston), sono i giocatori come lo stesso ex play dei Cavs, Looney e Bell a dare impronta ad alcuni dei passaggi fondamentali della gara. Se i fab-four sono stati per esempio gli autori della rimonta di fine primo tempo, dal 51-40 al 56 pari con la tripla di Curry da centrocampo, e un totale di 92 punti, gli altri comprimari si sono resi disponibili con il duro lavoro difensivo nel pitturato per proteggere l’area dai lunghi dei Cavaliers. Notevoli i recuperi e le palle rubate di Looney su LeBron James e Kevin Love nel quarto quarto sul punteggio di 92-94 e 94-97 in favore di Golden State. Notevole importanza anche nel meccanismo offensivo dove, in particolare, Looney e Livingston sono stati spesso partecipi di pick&roll o tagli forti decisivi per mettere in cassa i punti che hanno consolidato il vantaggio dei ragazzi di Kerr sull’allungo del 75-82.
Tags:
Matteo Bettoni

Matteo è nato il 9 settembre 1996 a Milano, dove attualmente studia alla facoltà di Scienze umanistiche per la comunicazione presso l'Università Statale. Ha giocato a basket 4 anni durante gli anni delle elementari per poi appassionarsi al mondo dello sport in generale, con occhio attento al mondo del basket Nba e europeo. Il suo sogno, oltretutto dopo 5 anni di liceo linguistico dove ha avuto modo di approfondire la conoscenza dell'inglese, tedesco e francese, è quello di diventare giornalista sportivo oltreoceano.

  • 1