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Bob Morse e Varese: un legame oltre il basket

Matteo Bettoni 18 ottobre 2018
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Tutto parte da un lontano 4 gennaio 1951, una data che ha fatto incrociare i cammini di molte persone. Una data che è sinonimo di successo e di felicità per una città che vive di basket oltre che di storie come questa.

Bob Morse. Unico. Varesino.

Due aggettivi sono fin troppo semplici per cercare di descrivere la grandezza di un giocatore, ma prima di tutto di una persona ricca di talento dentro e fuori dal campo. Americano di nascita – Philadelphia per l’esattezza – la sua è una vita dedicata alla pallacanestro, all’amore per l’arte e per l’insegnamento ispirati da una bandiera che ancora oggi, dopo 46 anni, porta nel cuore.

Bob Morse con Flavio Vanetti, conduttori della serata: Fabio Gandini e Benedetta Lodolini, di Il Basket Siamo Noi 

Il tricolore è sinonimo di accoglienza, con Bob si è visto da subito. Dopo gli anni all’università in Pennsylvania, Morse non trova fortuna al draft Nba. Scelto con la numero 32 in assoluto dai Buffalo Braves – l’allora squadra di New York – l’americano, con l’aiuto dei genitori laureati in francese e grandi amanti dell’Europa, accetta la proposta di una squadra che in quel momento dominava i parquet italiani ed europei.

Ignis Varese. E’ il 1972. Aza Nikolic, il primo allenatore di Morse, lo chiama per sostituire un idolo del pubblico varesino Manuel Raga. Soddisfare le esigenze di un ambiente abituato a vincere e assetato di vittoria non è facile per un ragazzo di appena 21 anni, ma Bob dà subito dimostrazione che di lui ci si può fidare. Le prove arrivano subito l’anno successivo quando Varese vince la Coppa dei Campioni, poi di nuovo nel 1975 e 1976 e non lascia le briciole nemmeno nel campionato italiano dove l’americano riesce a mettere in bacheca gli scudetti del 1973, 1974, 1977 e 1978 in cui risplendono come l’oro il suo tiro vellutato, l’abilità di essere uomo-squadra e un giocatore estremamente corretto.

Meneghin, Ossola, Bulgheroni, Bisson, Zanatta, Lucarelli, Iellini, e Rusconi non sarebbero stati così grandi senza Bob, l’americano non sarebbe stato così completo senza l’aiuto di giocatori di quel calibro. Varese, in questi anni, è prima di tutto un gruppo di amici che amano divertirsi sul campo e fuori dal campo con una serie di scherzi che hanno animano lo spogliatoio della Ignis anno dopo anno. L’apporto, l’amicizia, la consacrazione del gruppo sono fondamentali sin dai primi giorni anche nelle piccole cose.

Dino Meneghin: “I primi giorni andavamo al ristornate. Si vedeva che lui era americano. Con ogni pietanza, lui beveva sempre latte. Gli abbiamo fatto scoprire il vino”

E infatti, pensando al Bob Morse a tutto tondo emergono anche la sua cultura e l’amore, il legame per Varese e per l’Italia intera. Dopo i primi giorni di quel lontano 1972, il ragazzo dalla Pennsylvania comincia ad amare borghi, laghi, la ricchezza naturale, artistica del Paese e la stessa lingua. Non se ne separerà più, anzi, la amerà così tanto da voler portare Varese e l’Italia anche negli Stati Uniti dove mezzo secolo più tardi diventerà professore di italiano all’Università di Portland.

La sua italianità si vede anche nelle abitudini: conclusasi la sua carriera varesina, Morse parte per la Francia, ma nell’84, sentendo la nostalgia dello stivale firma un biennale con Reggio Emilia per concludere la sua carriera. Bob si sente di nuovo a casa, è il momento in cui abbraccia a pieno l’amore per il Paese tanto che durante la stagione ha anche modo di frequentare un corso per diventare sommelier in quel di Reggio. In tutto questo tempo, arrivando ai giorni d’oggi, Morse non si è mai dimenticato di Varese: nell’ottobre 2017, diventa socio del trust II Basket Siamo Noi, proprietario del 5% della Pallacanestro Openjobmetis Varese.

Bob Morse non si è dimenticato dell’amore dei suoi tifosi. Una storia che trova la fine perfetta.

Un cerchio che si chiude.

 

 

 

 

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Matteo Bettoni

Matteo è nato il 9 settembre 1996 a Milano, dove attualmente studia alla facoltà di Scienze umanistiche per la comunicazione presso l'Università Statale. Ha giocato a basket 4 anni durante gli anni delle elementari per poi appassionarsi al mondo dello sport in generale, con occhio attento al mondo del basket Nba e europeo. Il suo sogno, oltretutto dopo 5 anni di liceo linguistico dove ha avuto modo di approfondire la conoscenza dell'inglese, tedesco e francese, è quello di diventare giornalista sportivo oltreoceano.

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